Targa d'oro, parola ai protagonisti: Bernard Cheviet
16/03/2021

Entretien en français

Il “Maestro” e la Targa d’oro sotto la neve…

Nel 1973 il campione francese Bernard Cheviet in trionfo ad Alassio con i colori della Rivodorese insieme a Caudera, Benevene e Suini

Bernard Cheviet non ha bisogno di presentazioni. Miglior giocatore francese per vari decenni, leader della nazionale francese per molti anni, il suo talento e le sue vittorie gli sono valsi il soprannome di «Maestro». «Bibi», l’altro soprannome con cui è noto in Francia, ha giocato per tre anni in Italia, dal 1972 al 1974. Ha vinto la Targa d’Oro di Alassio nel 1973, per i colori della Rivodorese. E’ diventato cosi’ il quinto giocatore francese a vincere questa gara dopo i nizzardi del Club Résolus Bois Roulant, vincitori della prima edizione del 1954. Gli abbiamo proposto di raccontarci le sue avventure italiane. E lo ha fatto con molto piacere

Come stai e come stai vivendo l’attuale situazione sanitaria?
“La salute va, come può andare all’età di 77 anni. Sto vivendo bene i periodi di  confinamento. Non ci muoviamo molto. Ho un piccolo giardino e mi occupo dei fiori. Quello che più mi manca sono i pomeriggi del lunedì e del giovedì: avevamo l’abitudine di ritrovarci al bocciodromo della Mulatière, quartiere di Lione vicino a Pont Pasteur. Era il vecchio club di mio padre. Oggi sono tra i più giovani! Facevamo la nostra partita di bocce seguita da una partita alla “belotte” (belotta, ndr) o ai tarocchi. Adesso ci sentiamo al telefono ogni tanto”.

 
Le bocce e l’Italia, com’é cominciata l’avventura?
“Il secondo anno in cui ho vinto il torneo di Place Bellecour nella categoria cadetti (due vittorie consecutive), gli organizzatori avevano invitato una squadra italiana di Genova. Li avevamo battuti nei quarti di finale, il capitano si chiamava Cianti. Il loro manager ci aveva contattati per invitarci al torneo di San Pietro, a Genova, nel 1962. L’avevano denominato primo Europeo, ma in modo non ufficiale. Abbiamo vinto quella competizione, ritrovando Cianti in finale. Dal 1962 al 1963 prestavo il servizio militare in Algeria. Nel luglio del 1963 rientro in Francia in licenza. Partecipo ai campionati di Francia a quadrette a Vichy. Perdiamo in finale contro quattro lionesi, la squadra di René Verchere. I selezionatori della nazionale francese mi tenevano d’occhio e mi convocano per i Mondiali di Tolosa. Ma io dovevo rientrare in Algeria per il servizio militare. Vitalis, il manager della nazionale francese riesce a farmi restare in Francia qualche giorno in più e posso così disputare il mondiale, in cui perdiamo in finale contro la squadra di Granaglia”.

Bernard Cheviet a punto in un’immagine del 1989

Il “Maestro” in occasione di una sfida, nel 1967 a Grenoble, contro gli italiani Granaglia, Baroetto, Motto e Benevene

Alassio, la tua prima partecipazione e la tua prima impressione? 
“Nel 1964, avevo 21 anni. Il campionato Mondiale doveva svolgersi a Losanna, in Svizzera. Vitalis e Thermoz, manager e selezionatore, scelgono quattro giocatori per partecipare al torneo di Alassio. Io giocavo con compagni che avevano l’età dei miei genitori. C’era segnatamente René Carret, che era destinato a sostituire Robert Millon nella squadra per i Mondiali. All’epoca disputare partite importanti non mi impressionava affatto. Dormivo bene alla vigilia, non c’erano problemi da quel punto di vista. La Targa d’Oro era una competizione sconosciuta in Francia, per lo meno nella regione lionese. Certamente era più conosciuta in Costa Azzurra. Sono stato molto sorpreso all’arrivo in Piazza Partigiani: vedere tutte quelle persone, con le squadre già vestite in modo omogeneo. Non era abituale vedere una cosa così in Francia, eccetto che per il torneo di Pentecoste e per i campionati di Francia. Ad Alassio no, i giocatori arrivavano dalla montagna o dalla campagna, ma tutti avevano la medesima maglia. Rispetto alla Francia si percepiva maggiore professionalità”.

Quale ricordo?
“Una prima volta sotto la neve! Nei quarti abbiamo battuto la formazione di Beppe Carrera, in semifinale quella di Rivano. Tutti grandissimi giocatori italiani. Abbiamo perso la finale intorno a mezzanotte. E sotto un’ intensa nevicata. Di fronte a noi, la squadra della Pianelli Traversa con Granaglia, Macocco, Baroetto e Motto”.

 

Hai poi vinto nel 1973…
“Si, ho giocato in Italia dal 1972 al 1974, per la Rivodorese, la riva d’oro del Po a Torino. Non ho potuto partecipare all’edizione del 1972, perché in quei giorni era mancato mio suocero. Nel 1973, abbiamo vinto con Franco Benevene, Mario Suini e Arrigo Caudera”.

Che ricordi conservi?
“All’epoca le squadre non si iscrivevano in anticipo. I giocatori arrivavano un’ora prima, molti dalle campagne. La prima partita iniziava verso le 9.30 il sabato mattino. Penso che ci fossero circa 230 quadrette in lizza. La competizione si protraeva fino alla domenica sera, con una finale che terminava dopo la mezzanotte! A quell’epoca non giocavamo con un limite di tempo, bisognava essere in una buona condizione fisica. Era una prova di lunga durata!”

I tuoi compagni dell’epoca?
“Arrigo Caudera, un gran signore che era anche fabbricante di bocce, faceva il primo puntatore. Su terreni lisci  nessuno poteva fare meglio di lui, altrettanto bene può darsi, ma non meglio. Mario Suini era il grande giocatore che tutti conosciamo bene. Giocava come secondo puntatore. E Franco Benevene faceva il primo bocciatore: tirava 20-22 bocce a partita sbagliandone al massimo una. Era un giocatore tenace, che voleva vincere. Io giocavo come secondo bocciatore, era il mio ruolo preferito, tiravo delle bocce a freddo e puntavo molto bene”.

Una parola conclusiva per gli organizzatori e per l’Italia?
“Ho visto che gli organizzatori avevano programmato la prossima edizione a maggio 2021, poi l’hanno spostata a settembre. L’Italia e la Francia attraversano un periodo difficile, come dappertutto nel mondo. Bisogna avere pazienza. L’importante é preservare la salute delle persone. Se le bocce oggi sono ferme o quasi, un giorno riprenderanno a rotolare…”.

Hai dei ricordi particolarmente significativi?
“La finale del 1964, sotto la neve, vedevamo appena le bocce da tirare. Quello che era incredibile era il pubblico, sempre presente malgrado la neve e l’orario della finale. E a quell’epoca non si giocava in un bocciodromo coperto. Un pubblico eccezionale che apprezzava il bel gioco e ci incoraggiava. Penso che mi apprezzassero. La rivalità con la quadretta di Umberto Granaglia ha certamente influito. Sono venuto per veder giocare Bruno Perras in un incontro tra club negli anni 2000: lo speaker aveva annunciato la mia presenza e il pubblico ha applaudito per diversi minuti, non era immaginabile. Di Alassio, ma anche dei miei tre anni in Italia ho apprezzato la professionalità. Quando venivamo a giocare a bocce sapevamo dove andavamo, era rigoroso. Sono stato a un passo dal ritornare a giocare in Italia negli anni 2000, ma l’idea dei chilometri da percorrere mi ha fatto rinunciare”.

Christophe Campiglia

Cheviet in azione di bocciata in una foto del 1977

(l’articolo è stato pubblicato anche sul sito della  Federazione Francese Sport Bocce)

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